news
“MAI DEMONIZZATO I MERCATINI, MA DA SOLI NON POSSONO DETERMINARE LO SVILUPPO DELL’AGRICOLTURA”. LETTERA APERTA DI TOCCHI CHE ANALIZZA LE MOTIVAZIONI DI UNA CRISI DEL SETTORE PRIMARIO PER SUPERARE LA QUALE OCCORRONO VISIONI UNITARIE DA PARTE DI TUTTI
21.08.2017

“MAI DEMONIZZATO I MERCATINI, MA DA SOLI NON POSSONO DETERMINARE LO SVILUPPO DELL’AGRICOLTURA”. LETTERA APERTA DI TOCCHI CHE ANALIZZA LE MOTIVAZIONI DI UNA CRISI DEL SETTORE PRIMARIO PER SUPERARE LA QUALE OCCORRONO VISIONI UNITARIE DA PARTE DI TUTTI

E’ scopo precipuo delle associazioni del mondo agricolo, oltre a fornire assistenza ai propri associati, pensare a progettualità o sollecitare l’impalcatura politico amministrativa nel fornire norme che siano a vantaggio del settore e delle imprese che in esso vi operano. In questi giorni mi dispiace leggere sulla stampa che qualcuno vuole in maniera pedissequa separare nettamente il mondo dei buoni e dei cattivi, solo per mezzo dell’adesione e condivisione o meno ai famosi mercatini agricoli, usando nella dialettica termini come “sciacalli“. Non credo che l’offesa, ovunque indirizzata, possa essere la base di confronto, semmai denota nervosismo incomprensibile. Su questo argomento ribadiamo ancora una volta che i mercatini sono cosa buona ma non determinano lo sviluppo del settore agricolo ridotto ai minimi termini. Leggo poi sui quotidiani i fallimenti, auspicando il contrario, di progetti come l’esempio di Civitavecchia, il tanto decantato e osannato “Terminal del gusto”, che dalla sua inaugurazione in pompa magna nel 2015 sembra non ha mai funzionato e oggi le porte sono tristemente chiuse. Per alcune tipologie di imprese vanno bene i mercatini, ma occorre creare a loro e al sistema agroalimentare italiano anche prospettive diverse, progetti di ampio respiro e pensare a forme aggregative capaci di conferire a chi aderisce un notevole e strategico valore aggiunto. 
Mi vengono in mente le reti d’impresa o i Pif, i piani integrati di filiera. Lo stato di salute dell’Agricoltura, definito dal grafico redatto da Banca Italia, nel 2011 mostra come l’aliquota del Pil indotto dall’agricoltura è ad una cifra, mentre negli anni 60 raggiungeva il 15%. Ciò significa che in Italia non conviene più coltivare la terra. Perché è accaduto questo? 
A nessuno viene il dubbio che sia stato sbagliato qualcosa e che si continua a sbagliare i fondamentali? Le politiche agricole, in un mercato globalizzato in cui dobbiamo avere la forza di proporre qualità e quantità, non possono essere organizzate con il solo chilometro zero. Singolare poi che uno stesso accordo internazionale nella visione europea sia da condividere e plaudire, salvo poi osteggiarlo e boicottarlo in ambito nazionale. Alla base di tutto ci deve essere una giusta informazione che non enfatizza gli argomenti, addomesticandoli, ma educa il consumatore e gli fa comprendere che i "frutti sono di stagione" e non è possibile trovarli sulle tavole dodici mesi l'anno. Verrebbe da dire, meno picchetti alle frontiere e più politiche agricole. Purtroppo tutto ciò allarga il baratro in cui la nostra agricoltura è stata colpevolmente sospinta, dai progetti nazionali di sviluppo alla riforma agraria ormai chiaramente fallimentare. La soluzione non può essere quella di arroccarsi dentro il proprio orticello e mangiare solo quello che vi si produce, perché altrimenti saremo tutti destinati ad emigrare in Nordafrica, non riuscendo già adesso a soddisfare le nostre necessità alimentari. Ragione per cui, se vogliamo aiutare l’agricoltura italiana e chi di essa stoicamente ne vive, dobbiamo, tutti insieme, fare uno sforzo perché anche le misure o le decisioni internazionali che non corrispondo ai criteri e agli standard “domestici” non siano considerate come una aberrazione giuridica che da oltre confine vuole attentare alla nostra economia, ma sia invece valutata come una risorsa da cogliere per tutti gli attori e non solo nell’interesse di rivendicazioni nanometriche di vari gruppi e organizzazioni. Solo così potremo riportare il mondo agricolo a rappresentare un’interessante prospettiva per chi investe in esso, ponendolo su un terreno molto più stabile e fuori dai pericoli di una perniciosa autarchia, tanto anacronistica quanto sterile, fondata solo sul chilometro zero a tutti i costi e con una visione di piccolo cabotaggio. 

ATTILIO TOCCHI �Presidente Confagricoltura Grosseto